Vorrei un sogno.

dv v dolor

Opera Dino Valls

Vorrei un segno, vorrei un sogno che mi faccia vedere l’umanità come non è. L’umanità mi spaventa. Cattiveria, cinismo, egoismo, infedeltà, piaggeria, gelosia, invidia, egocentrismo, menzogne. Persone che hanno due volti, uno più mostruoso dell’altro, nascosti sotto una patina di buonismo fasullo, teneramente infantile. Sono stanca. Spesso sento dire che la cattiveria è connaturata con l’uomo e questo concetto, in qualche modo, lo assolverebbe da ogni responsabilità, in quanto caratteristica imprescindibile dalla sua natura. Non è così. L’uomo è “naturalmente libero” di scegliere di compiere quello che Kant ha definito “male radicale”, una sua “necessità radicata” e ne è colpevole! Non ho mai descritto i miei sogni, soltanto la realtà ed è una realtà spaventosa. Porto addosso le cicatrici delle innumerevoli ferite che mi sono state inferte. Ho imparato, nel tempo, ad allontanare da me le persone che mi hanno colpito, responsabili di ogni atto o parola vomitata per farmi male. Ho esiliato quelli che credevo amici, parenti, ho quasi imparato a dimenticarli… ora sono poco più di ombre evanescenti, fantasmi doloranti che vagano nei sotterranei della mia mente. É innegabile, però, che tutto ciò mi abbia cambiato, profondamente, e dentro il mio sorriso ci sono nuvole, tuoni e fulmini. Vorrei un segno, vorrei un sogno che mi faccia vedere l’umanità come non è, quella che vedo mi fa paura.

 

 

 

 

 

Annunci

Frida.

Mudec

Frida Kahlo, Diego e Frida 1929-1944, 1944, MUDEC, Milano

Doppio ritratto realizzato da Frida Kahlo in occasione del loro quindicesimo anniversario di matrimonio.

Nel dipinto il volto è composto da mezzo volto di Diego Rivera e mezzo volto di Frida: due identità si fondono per crearne una nuova. Il corpo è rappresentato dal cuore umano, l’intricata rete di vene ed un groviglio di rami e radici, mentre gli organi sessuali, maschile e femminile, sono evocati dalla conchiglia e dalla chiocciola presenti alla base del ritratto. Quest’opera, presente alla mostra “Frida Kahlo. Oltre il mito” che ho visitato al MUDEC di Milano, mi ha particolarmente colpito per la drammaticità con la quale la pittrice ha raffigurato l’amore profondo e tormentato che lo legava a Rivera ed il fatto che le due metà dei volti non combacino rappresenta quanto la loro unione fosse, malgrado tutto, irrisolta. Ça c’est l’amour?

Diego-principio
Diego-constructor
Diego- mi niño
Diego-pintor
Diego-mi amante
Diego-mi esposo
Diego-mi amigo
Diego- mi madre
Diego-mi padre
Diego-mi hijo
Diego-yo
Diego- universo
Diversidad en la unidad
¿Por qué lo llamo Mi Diego?
Nunca fue ni será mio.
Es de él mismo.”

 

Diego- principio
Diego-costruttore
Diego- mio bambino
Diego-pittore
Diego-mio amante
Diego-mio sposo
Diego-mio amico
Diego- mia madre
Diego-mio padre
Diego-mio figlio
Diego-io
Diego- universo
Diversità nell’unità
Perché lo chiamo il mio Diego?
Non è mai stato mio, né mai lo sarà.
Appartiene a sé stesso.

Frida e Diego 1933

 

Frida e Diego

Frida Kahlo, Autoritratto come Tehuana o Diego nella mia mente, 1943, MUDEC, Milano

L’amore, se tale è, non può che essere ossessione. In questo dipinto Frida si è ritratta con il vestito tradizionale da Tehuana che Diego amava particolarmente. Sulla sua fronte è dipinto il volto del suo amato. Dal copricapo di fiori parte una ragnatela di fili di pizzo bianco (pensieri di energia positiva) che si attorcigliano a sottilissime radici nere (pensieri di energia negativa). Non è necessario aggiungere parole ad una simbologia chiarissima, anche se non conoscessimo la vita sentimentale sofferta di un’artista che è riuscita a rappresentarla in modo sublime.

Video originale

 

 

Film Frida, Regia Julie Taymor

Il più importante è invisibile.

FB_IMG_1525517836601

Marentino, foto presa dal web

La finestra è aperta, entra il profumo di una primavera inoltrata che dovrebbe già sapere di estate, ma il maltempo, i frequenti acquazzoni l’hanno tenuta quieta. Comincia a sentirsi il garrito delle rondini, si rincorrono all’interno dei cortili che ne amplificano il suono. È difficile isolare i rumori della strada: il tosaerba va su e giù per il viale, il bus frena alla fermata, ogni volta come se non si aspettasse di dover fare una sosta proprio lì, in quel punto. Pare quasi che lo scopra all’ultimo momento e che qualcuno, all’improvviso, sbuchi fuori da dietro il caseggiato per posizionare la palina quando meno se l’aspetta. Le macchine sfilano via, veloci, smadonnando quando arrivano alla rotonda perchè i conducenti non sanno mai se ascoltare i francesi secondo i quali, pur arrivando da destra, si dovrebbe dare la precedenza alle auto che già hanno impegnato la rotonda o agli italiani che perseverano nel dare la precedenza a chi giunge da destra. Fatto sta che la rotonda diventa tutta spigoli al suono dei clacson, allo stridio dei freni ed alle imprecazioni degli automobilisti, tori infuriati pur in assenza del rosso dei semafori. Sarebbe difficile estraniarsi se non ci fosse l’effluvio dei tigli che inizia a pervadere i viali, inebriandoli di quella fragranza dolciastra, simile ai fiori d’acacia che stanno sbocciando sulle rive del fiume. Lei inspira profondamente e chiude gli occhi. Era una bellissima e calda sera di giugno… ecco, ora sente le rondini che si inseguono in una folle danza, e poi il campanile della chiesa che batte le ore, quelle ore che a lei paiono secondi. Avrebbe dovuto fermare il tempo, fermare il vento, fermare lo stormire delle fronde, fermare le sue mani che le carezzavano i capelli. Ha iniziato ad amare se stessa nell’istante in cui si è potuta guardare negli occhi di lui, complice la luna, una falce di luna d’argento che rischiarava qua e là gli alberi ed i cespugli, animandoli di una vita, breve quanto lo può essere soltanto una notte.

(…) Incominciava ad addormentarsi, io lo presi tra le braccia e mi rimisi in cammino. Ero commosso. Mi sembrava di portare un fragile tesoro. Mi sembrava pure che non ci fosse niente di più fragile sulla Terra. Guardavo, alla luce della luna, quella fronte pallida, quegli occhi chiusi, quelle ciocche di capelli che tremavano al vento, e mi dicevo: «Questo che io vedo non è che la scorza. Il più importante è invisibile…»

E siccome le sue labbra semiaperte abbozzavano un mezzo sorriso mi dissi ancora: «Ecco ciò che mi commuove di più in questo piccolo principe addormentato: è la sua fedeltà a un fiore, è l’immagine di una rosa che risplende in lui come la fiamma di una lampada, anche quando dorme…» E lo pensavo ancora più fragile. Bisogna ben proteggere le lampade: un colpo di vento le può spegnere…

E così, camminando, scoprii il pozzo al levar del sole.

Antoine de Saint Exupéry, Il Piccolo Principe

 

 

 

 

Incontri.

Mapplethorpe

Ph. Robert Mapplethorpe

 

Li incontro quasi tutte le mattine, mentre vado in palestra, quando percorro il controviale, con l’auto o in bicicletta. Portano a spasso un cane di taglia media e di colore scuro. Li ho visti sempre camminare di schiena, la sua mano poggiata con fermezza sulla spalla di lei che lo anticipa di mezzo passo, il guinzaglio morbido stretto avvolto intorno al polso. Parlano, parlano sempre, parlano tanto. Lui è un uomo non molto alto, piuttosto robusto. Lei è magra, un caschetto di capelli neri tormentati, tiene il mento leggermente inclinato a destra e alzato verso l’alto: ricordo di aver pensato che, nel linguaggio del corpo, questa postura significa visualizzare, immaginare, creare… È successo che una mattina il semaforo era rosso ed io ero ferma, un po’ distratta, un po’ attenta. Questa volta ho potuto vederli bene, pronti ad attraversare, il cane un po’ in ritardo. Lui: il viso rubicondo, gli occhiali rotondi in bilico sul naso così piccolo che fa fatica a reggerli, giacca blu, pantaloni grigi, camicia bianca, cravatta e la mano appoggiata sulla sua spalla. Lui parla e poi ascolta. Lei: parla e non ascolta, parla con quel mento puntato verso l’alto nel tentativo di visualizzare, di immaginare che tempo faccia, di quale colore sia il semaforo, il punto di verde delle foglie sugli alberi, la faccia della signora che le si fa incontro e che solo all’ultimo momento si accorge che la ragazza è cieca e la scansa, cedendole il passo, a dispetto della sua anzianità. Lui il padre, lei la figlia. Scatta il semaforo verde, riparto, un’ondata di profumo di tigli invade l’abitacolo della mia auto. È quasi estate… morning has broken.

It’s no time.

20180415_202041

Avevo 16 anni e un diario al quale raccontavo ed affidavo i miei pensieri più nascosti, turbamenti e paure. Avevo 16 anni, capelli lunghi sino alla vita legati stretti da un foulard di Hermès che mi aveva regalato il mio ragazzo, occhi azzurri e capelli mossi, che ancora conservo gelosamente, come una reliquia. Il foulard. Avevo 16 anni e due camicette, l’una sull’altra, per non far vedere che stavo dimagrendo a vista d’occhio. Ho iniziato proprio in quel periodo a non mangiare, per attirare l’attenzione di mio padre che quell’attenzione non me l’ha mai data, nemmeno quando sono arrivata a pesare 38 kg. Avevo 16 anni e un pullover peruviano grigio e bianco che arrivava poco sopra la vita, il college blu con l’interno scozzese comprato da Jack Emerson sul quale mi sedevo perché non svolazzasse mentre viaggiavo sul Ciao, i jeans larghi in fondo, le scarpe con il penny infilato nella linguetta davanti. Avevo 16 anni ed ascoltavo i Beatles, Simon and Garfunkel, Joan Baez, Neil Joung, Bob Dylan, James Taylor, Cat Stevens, Carol King. Andavo al cinema a vedere i film di Luchino Visconti e facevo ricerche su Hegel e Marcuse da discutere con il professore di Filosofia, quello che interrogava me e la mia compagna in ascensore, durante il tragitto tra l’aula Professori ed il secondo piano. Avevo 16 anni e ascoltavo i discorsi dei ‘compagni’ durante le assemblee, quando occupavamo il liceo e si facevano i picchetti per non far entrare nessuno a scuola, mentre il pomeriggio mi chiudevo in un’altra scuola a ripetere le sequenze di Martha Graham, sino alla nausea.

Martha-90-degrees-1

 

Avevo 16 anni e mille passioni e forse, nonostante tutto, li ho ancora… gli uni e le altre. It’s no time to make a change… just relax, take it easy, you’re still young…