Gatto randagio

«[…] Le parole, ce ne sono alcune nascoste fra le altre, come pietre. Di solito non ce ne accorgiamo, e poi a un tratto eccole qui che vi fanno tremare per tutta la vostra vita, e per sempre, nella loro debolezza e nella loro forza… E allora è il panico allora… una valanga… Si resta lì, come impiccati, sotto le emozioni… […] Dunque non se ne diffida mai abbastanza delle parole, hanno l’aria da niente le parole, certo non un’aria pericolosa, piuttosto un venticello, un piccolo suono di bocca, né caldo, né freddo, e facilmente accolte fin da quando arrivano dall’orecchio all’enorme noia grigia molle del cervello. Non si diffida di loro le parole, e i guai arrivano». Louis Ferdinand Céline, Voyage, Romans 1

Gatto randagio

Eccolo lì, Gatto randagio. Non si fa avvicinare da nessuno, è diffidente ed ha tutte le ragioni per esserlo. E’ un gatto bellissimo, completamente bianco, gli occhi paiono rossi, forse è albino. Ha preso possesso della casa, quando noi non ci siamo si avvicina alla porta e si sdraia sotto l’ombra sottile che il tetto disegna sul marciapiede. Non appena sente passi umani scappa sotto il pergolato o si arrampica sul glicine e sparisce tra il fogliame. Ha un andamento lento, anche quando scappa, sembra quasi che si senta sicuro di non poter essere raggiunto in alcun caso da mani irrispettose della sua ricerca di solitudine e libertà. E’ uno dei tanti giorni caldissimi che compongono il rosario di questi giorni d’estate: ogni dieci di sole cattivo arriva il temporale che tuona come un Padre Nostro. Non c’è frescura che porti sollievo ed i pensieri si sovrappongono, un’onda sull’altra. Il micio bianco. Gatto randagio. Céline. Viaggio al termine della notte. Le parole. Penso a quante parole si rovesciano addosso alle persone spesso con indifferenza, come se fosse un atto dovuto quello di liberarsi lo stomaco buttando fuori tutto sino all’ultimo punto esclamativo che si conficca dritto dritto come la spada nella roccia. Credo che dopo si stia meglio, ma quelle parole che sono state eiaculate non tornano indietro, anzi, si riproducono nell'”enorme noia grigia molle del cervello” e generano gli effetti che meritano, anche nel tempo, perché le parole durano per sempre.

Cosa non devo fare
per togliermi di torno
la mia nemica mente:
ostilità perenne
alla felice colpa di esser quel che sono,
il mio felice niente.

Patrizia Cavalli, Vita meravigliosa

Ninna nanna, ninna oh…

Non basta un cappello di paglia ed un sorriso a forma di ombrello per proteggersi dal sole di un’estate torrida come credo di non aver mai vissuto. Non basta il ventaglio indonesiano acquistato per pochi euro ad un mercatino dell’antiquariato, né sforzarsi di bere 1,5 l. di acqua al giorno, arricchita con magnesio e potassio, per non seccare come foglie sugli alberi che stanno ingiallendo dalla sete. Non basta mangiare un po’ di becchime per gli uccelli e quattro foglie di insalata per non svenire sui marciapiedi assolati, i cani tirano i padroni verso le zone d’ombra per non bruciarsi le zampe sull’asfalto morbido come il caramello. Scherzando, ho detto ad una mia amica: “Dai, passerà… la pandemia, la ‘carestia’, la guerra, la siccità, mancano solo più le cavallette… ” Ci siamo messe a ridere, ma qualche giorno dopo abbiamo saputo che in Sardegna un’invasione di cavallette, milioni, si sta impadronendo dei terreni coltivati distruggendo tutto, dai raccolti ai giardini, gli orti e che l’emergenza coinvolgerà, con molta probabilità, altre regioni. Le notizie apprese sui mezzi d’informazione che, pur non volendo ascoltare, s’infilano ovunque sono una più terribile, angosciante dell’altra. Chiodo schiaccia chiodo. La pandemia surclassata dalla guerra in Ucraina, la guerra in Ucraina dalla siccità, la terribile calura dallo scioglimento dei ghiacciai che si portano via i turisti come fossero birilli, e la siccità dalla caduta del governo… fa talmente caldo che si sono sciolte anche le Camere. E poi arrivano come proiettili le notizie ‘piccole’ come quella che riguarda una bambina di 18 mesi che la mamma ha lasciato sola per una settimana nel lettino da campeggio con una copertina, un biberon di latte e mezzo flacone di benzodiazepine. Una settimana. La piccola è morta di stenti in un appartamento a Milano, una Milano affacendata, una Milano che va di corsa mentre una creatura di poco più di anno muore lentamente, ora dopo ora, senza che nessuno ne avverta il pianto, la disperazione. E tutto quello che la madre è riuscita a dire è stato: “Avevo messo in conto che potesse succedere.” Mi domando come sia stato possibile che neppure un vicino abbia sentito i lamenti di Diana o si sia allarmato nell’avvertirli, mi domando come sia possibile che una madre abbia potuto anteporre il soggiorno a Bergamo con il compagno alla sopravvivenza della propria bambina. Ho pensato ai miei figli, a come ero apprensiva anche per un ‘insignificante’ vagito, di giorno, di notte, a quel profumo di buono che emanava la loro pelle liscia e sottile come carta velina, allo stupore degli occhi attenti ad ogni più piccolo movimento, all’agitarsi frenetico di quelle mani e piedi in miniatura rinchiusi su se stessi come se volessero stringere la vita per non farsela scappare via. Ho pensato a quei capelli fini come seta che asciugavo con il fiato, alla mia paura che non mangiassero abbastanza e li sottoponevo al ‘martirio’ della doppia pesata per essere sicura che fossero sazi pesando il pannolino a parte nel caso in cui, nel frattempo, avessero evacuato. Era il timore di non essere all’altezza, un senso di inadeguatezza di fronte ad un miracolo che avevo creduto di non essere capace di compiere, ma non ero sola. Ecco… non riesco a capacitarmi del comportamento insano di quella donna che ha tutto il sapore di un rifiuto della maternità, ma soprattutto continuo a non darmi pace di come la comunità non si sia resa conto del dramma che si stava consumando tra le mura bollenti di una città da bere. Madri non si nasce, lo si diventa, anche con l’aiuto di chi ti sta intorno, di quel villaggio nel quale la vita trascorre più a misura d’uomo che di macchine e automi.

Ninna nanna ninna oh, questo bimbo a chi lo do?

Cicatrici

Il mio piede destro è bruciato. In questa fotografia non si vede bene, ma la parte anteriore del mio piede destro è bruciato e quando prende il sole non si abbronza in modo uniforme, diventano evidenti piccole macchie, alcune chiazze, più chiare, più scure. Non posso dire di vergognarmene, ma è un piede che devo confessare di aver fatto fatica a guardare in modo affettuoso per gran parte della mia vita. Poi, qualcosa è cambiato, mi è stato insegnato ad accettarlo, tanto che, quando inizia l’estate, da diversi anni avvolgo una catenina proprio intorno a quella caviglia, non è un vezzo, non è civetteria. Se lo sguardo di qualcuno dovesse posarsi lì, vorrei osservasse quelle cicatrici, le comprendesse, provasse a farle sue. Piuttosto un’occhiata disgustata, ma non indifferente. Non si può rimanere insensibili di fronte a ciò che il dolore ha inciso, scavato, rattoppato sulla pelle altrui. Ero molto piccola, avevo tre, forse quattro anni. Per salvare una bambolina che mi era scivolata dalle mani nella vasca da bagno che mia mamma stava riempiendo di acqua bollente, entrai in quei venti centimetri di inferno. Urlai ritraendo subito un piede, mentre l’altro, quello destro, rimase a bagno qualche attimo, il tempo che mia madre mi soccorresse. Un’enorme vescica lo ricoprì in poco tempo. Ricordo la corsa in ospedale, l’ingombrante scarpa di cartone che dovetti indossare per oltre un mese onde evitare che la pelle si attaccasse agli indumenti, alle lenzuola, ricordo le medicazioni ogni tre giorni, il letto con l’alza coperte di modo che nulla pesasse, ricordo i miei pianti e l’inizio dell’esaurimento nervoso di mia madre. Crescendo, soprattutto in estate, non riuscivo a guardare la pelle rattrappita, quel foglio accortacciato sul quale avevo iniziato a scrivere il mio primo, vero dolore. Non è facile accettare le nostre cicatrici, difetti. Succede quando si diventa meno indulgenti nei confronti di se stessi, quando si smette di cercare la perfezione e si lascia andare il passato, oppure si riesce a guardare quella imperfezione, con gli occhi di chi l’ama o l’ha amata.

Poesie

Le mie scarpe in mezzo agli altri

Io scientificamente mi domando come è stato creato il mio cervello, cosa ci faccio io con questo sbaglio. Fingo di avere anima e pensieri per circolare meglio in mezzo agli altri, qualche volta mi sembra anche di amare facce e parole di persone, rare; esser toccata vorrei poter toccare, ma scopro sempre che ogni mia emozione dipende da un vicino temporale.

da Poesie, Patrizia Cavalli, Einaudi 1999

E’ morta il primo giorno d’estate di questo disgraziato anno che si sta portando via le persone a mazzi Patrizia Cavalli, una delle più grandi poetesse italiane del secondo Novecento. “Patrizia è la poesia”, disse di lei Elsa Morante che, per prima, le riconobbe la vocazione per la poesia. La sua prima raccolta di versi che le dedicò s’intitola ‘Le mie poesie non cambieranno il mondo‘:

Qualcuno mi ha detto che certo le mie poesie non cambieranno il mondo.

Io rispondo che certo sì le mie poesie non cambieranno il mondo.

Non fa una piega. Le poesie non hanno mai cambiato il mondo, a volte hanno stigmatizzato momenti di vita, ma in genere le persone si accorgono della bravura di un poeta quando questo muore. Così sta accadendo per Patrizia Cavalli. Credo di aver letto una sua poesia, sui social, negli anni, forse un paio di volte, ora è tutto un fiorire di versi e di parole di encomio anche sulle pagine di persone che ne ignoravano l’esistenza e avrebbero continuato ad ignorarla non fosse che, scorrendo le pagine di Facebook, sono incappate in qualche frase di sicuro effetto da copiare ed incollare sulla propria bacheca. Mi colpirono molto alcune sue parole durante un’intervista di Roberta Scorranese, quando Patrizia Cavalli, già malata da tempo, lamentava di non avere più memoria a causa delle cure: “Come si fa a fare poesia senza memoria? La poesia è prendere qualcosa e togliere il superfluo per farlo risplendere.” Già. In questa ridondanza di parole bisogna trovare o ritrovare il dono della sintesi. Qualche giorno fa una gentile signora tra i miei contatti di Facebook, dopo aver letto un mio brevissimo testo, lo ha commentato così: “Scrivi benissimo cara Barbara, conserva questi tuoi pensieri così profondi, così condivisibili.” Dieci giorni dopo mi trovo a riflettere sulla morte di Patrizia Cavalli, sulla bellezza dei suoi componimenti che in queste ore hanno più lettori di quanti mai potesse immaginare, e mi dico che l’unica via per sopravvivere a se stessi è l’arte e per essere letti è morire, forse. Ci cuciamo addosso le poesie, i racconti, le storie d’amore… come fossero vestiti. A volte te li senti stretti, altre ci balli dentro e li vorresti riprendere, ma non puoi, non più. In alcuni momenti, rari per la verità, ti stanno a pennello e altrettanto raramente stanno a pennello ad altre persone che li fanno propri, se li portano a spasso, come il breviario il giorno della Prima Comunione o il bignami il giorno degli orali dell’esame di maturità. Certi amori senti che ti stanno addosso così bene che non ti par vero non si vedano i tuoi difetti, passeggi come se stessi facendo una sfilata, sono perfetti, ti scivolano addosso, seta su seta, senza inciampi, grumi, grovigli. Poi… non so che cosa accade, ma speri solo più che le tue poesie ti possano sopravvivere perché sarebbe un vero peccato che non restasse niente.

(…) E’ tutto così semplice, sì, era così semplice, è tale l’evidenza che quasi non ci credo. A questo serve il corpo: mi tocchi o non mi tocchi, mi abbracci o mi allontani. Il resto è per i pazzi.

Adesso che il tempo è tutto mio di Patrizia Cavalli

L’amour est bien plus fort que nous…

Genius loci

Genius loci. Si chiama così. E’ tutto ciò che contraddistingue un luogo, così come il carattere una persona, è l’essenza, lo spirito, quello che andrebbe rispettato quando si apportano modifiche di tipo ambientale, strutturale, ma che molto, troppo spesso, invece non riesce a sopravvivere. “Nullus locus sine genio” sosteneva già Servio nei Commenti all’Eneide di Virgilio, e siamo nel IV secolo dopo Cristo. Abitare un luogo significa essere quel luogo. La mia natura mi porta sempre a prestare molta attenzione a ciò che mi circonda, ad ascoltare le voci del luogo in cui mi trovo, ad entrare in un dialogo silenzioso, profondo, perché gli oggetti parlano, raccontano, a volte urlano. Le case respirano, assorbono, sono pregne dello spirito di chi le ha abitate, vissute, attraversate e lo sono anche i giardini, le strade, le piazze, le panchine. Bisogna ‘solo’ mettersi in ascolto di tutto, anche dei profumi, degli odori. Ho fatto così quando è iniziato, un anno fa, il lavoro di svuotamento della casa di un artista scomparso nel 2015, Sergio Minero. Le prime volte che sono entrata in quello che pareva un tempio piuttosto che un’abitazione, non ho avuto il coraggio di toccare, spostare, aprire nulla, provavo l’orrenda sensazione di profanare qualcosa di sacro, e forse era così veramente. Mi infastidiva persino l’idea che altri potessero toccare gli oggetti dei quali era disseminata la casa. Li riposizionavo subito dov’erano, nemmeno un centimetro più in là. Percepivo il genius loci ovunque, persino nel giardino dove immaginavo di vedere Minero, a fianco di sua moglie Silvana, passeggiare controllando i fiori, gli alberi da frutto, per poi riposarsi sulla loro panchina sotto quel glicine che non fiorisce mai perché troppo in ombra. All’inizio non riuscivo neppure a sedermi su quella panchina, loro erano lì, li avvertivo ovunque, nell’aria, nelle foglie, nei fili d’erba. Mi sentivo un’intrusa. Chi ero io per toccare, spostare, fotografare, catalogare, imballare, sradicare tutto ciò che non era soltanto nella casa, ma era la casa stessa? Lo spirito di un’abitazione non svanisce con la scomparsa dei suoi abitanti. Poi, poco alla volta, ho cercato di entrare in confidenza con quei muri rivestiti di arazzi, con i tappeti che ricoprivano i pavimenti, li ho sentiti raccontare storie di viaggi in India, in Afghanistan, di serate tra amici nella sala dei canti, quella del camino, acceso in inverno quando l’Isola Sconosciuta diventava fredda, ma sempre ospitale. La tensione che quasi mi aveva paralizzato per alcuni mesi, iniziava ad allentarsi. Io stavo imparando a comprendere il linguaggio della casa e del bosco e loro a fidarsi di me. E così ha preso l’avvio uno dei lavori più complicati che abbia mai fatto e che non è ancora ultimato. Le porte delle stanze e degli armadi si sono aperte ed i cassetti si sono schiusi mostrando il lavoro di una vita e la vita che è stata un incessante lavoro di ricerca. Migliaia di ritagli di giornali suddivisi per tematica, altrettante di fogli di carta di diverso spessore, decine di scatole e scatoline di ogni foggia e colore, tutti i tipi di materiali possibili (gessetti, pennarelli, pennelli, tempere, pastelli a cera, acquerelli, colori ad olio, inchiostri di china), pennelli, squadre, righelli, ritagli di tessuto sporchi dell’eccesso dei colori. E poi quella ‘mania’ di conservare ogni cosa, dalle carte dei cioccolatini a quelle dei sacchetti del pane, tutte perfettamente ripiegate e stipate nei mobili della cucina, scatole di fiammiferi, confezioni e vasetti vuoti, fasci di nastri di tessuto appesi alle maniglie delle porte e tutto quello che fosse possibile conservare nello spirito del riciclo, del riutilizzo. E ancora gli scheletri degli uccellini caduti dagli alberi del bosco, i gusci delle chiocciole, le piume, le penne degli uccelli… tutto aveva un senso, tutto parlava del rispetto immenso per la Natura e dei suoi figli, dello sprezzo per lo spreco, dell’amore per l’arte in ogni sua espressione, di uno studio forsennato, di una ricerca estenuante, precisa, puntuale. Migliaia di scritti, lettere, cartoline, schizzi appena abbozzati su qualunque tipo di supporto, dalla carta Fabriano al retro dei fogli del calendari, alle strisce di vecchi elettrocardiogrammi. La cura con la quale veniva annotato ogni più piccolo gesto compiuto, appuntamento, incontro, quella necessità di fissare, fermare il tempo nel tempo. E poi migliaia tra disegni, opere ad olio, chine, acquerelli… da rimanere senza fiato. Finalmente ho colto lo spirito dell’Isola Sconosciuta e del perché abbiano scelto di farla rimanere tale sino a che Silvana ne ha messo le chiavi nelle mani di coloro che era sicura avrebbero compreso, rispettato, amato tutto, dall’opera più preziosa al ritaglio di giornale. E’ stato una sorta di viaggio iniziatico che in un qualche modo mi ha riappacificato con lo scempio compiuto in una realtà a me molto più vicina e del quale rimarrà per sempre la cicatrice. Oggi, sono andata a passeggiare al Valentino, ho ritrovato la mia panchina e ne ho ascoltato il canto. Genius loci.

Il video è stato realizzato da Magica Torino pochi mesi dopo la scomparsa di Sergio Minero.

L’arte di tacere

PRINCIPI NECESSARI PER TACERE

  1. E’ bene parlare solo quando si deve dire qualcosa che valga più del silenzio.
  2. Esiste un momento per tacere, così come esiste un momento per parlare.
  3. Nell’ordine, il momento di tacere deve venire sempre prima: solo quando si sarà imparato a mantenere il silenzio, si potrà imparare a parlare rettamente.
  4. Tacere quando si è obbligati a parlare è segno di debolezza e imprudenza, ma parlare quando si dovrebbe tacere, è segno di leggerezza e scarsa discrezione.
  5. In generale è sempre meno rischioso tacere che parlare.
  6. Mai l’uomo è padrone di sé come quando tace: quando parla sembra, per così dire, effondersi e dissolversi nel discorso, così che sembra appartenere meno a se stesso.
  7. Quando si deve dire una cosa importante, bisogna stare particolarmente attenti: è buona precauzione dirla prima a se stessi, e poi ancora ripetersela, per non doversi pentire quando non si potrà più impedire che si propaghi.
  8. Quando si deve tenere un segreto non si tace mai troppo: in questi casi l’ultima cosa da temere è saper conservare il silenzio.
  9. Il riserbo necessario per saper mantenere il silenzio nelle situazioni consuete della vita, non è virtù minore dell’abilità e della cura richieste per parlare bene; e non si acquisisce maggior merito spiegando ciò che si fa piuttosto che tacendo ciò che si ignora. Talvolta il silenzio del saggio vale più del ragionamento del filosofo: è una lezione per gli impertinenti e una punizione per i colpevoli.
  10. Il silenzio può talvolta far le veci della saggezza per il povero di spirito, e della sapienza per l’ignorante.
  11. Si è naturlamente portati a pensare che chi parla poco non è un genio, e chi parla troppo, è uno stolto o un pazzo: allora è meglio lasciar credere di non essere genii di prim’ordine rimanendo spesso in silenzio, che passare per pazzi, travolti dalla voglia di parlare.
  12. E’ proprio dell’uomo coraggioso parlare poco e compiere grandi imprese; è proprio dell’uomo di buon senso parlare poco e dire sempre cose ragionevoli.
  13. Qualunque sia la disposizione che si può avere al silenzio, è bene essere sempre molto prudenti; desiderare fortemente di dire una cosa, è spesso motivo sufficiente per decidere di tacerla.
  14. Il silenzio è necessario in molte occasioni; la sincerità lo è sempre: si può qualche volta tacere un pensiero, mai lo si deve cammuffare. Vi è un modo di restare in silenzio senza chiudere il proprio cuore, di essere discreti, senza apparire tristi e taciturni, di non rivelare certe verità senza mascherarle con la menzogna.

Abate Dinouart, L’arte di tacere, Sellerio editore, Palermo, 1989

E’ notte, una delle tante notti insonni di questo periodo: caldo insopportabile, afa appiccicosa, finestre aperte con i rumori di strada che entrano in casa, le chiudo, ma dopo tre minuti mi sento soffocare e allora le riapro, zanzare che si avventano insaziabili, accendo la luce cercando qualunque cosa possa tornare utile per sterminarle, ma non ottengo altro che aumentarne il numero. E poi il turbinio dei pensieri, le notizie catastrofiche che la televisione ed ogni altro possibile mezzo di informazione diffondono 24 ore su 24. COVID, i contagi risalgono, a quale numero di variante siamo? Boh… chi se ne importa, basta riuscire ad andare al mare, ne riparleremo a settembre, Vaiolo delle scimmie, no aspetta, Bassetti ha detto che gli devono cambiare nome perché forse le scimmie non c’entrano niente, guerra in Ucraina, guerre nel resto del mondo che non interessano a nessuno, bombe che sventrano persone ed edifici, sono stati i russi, no, i russi dicono che sono stati gli ucraini stessi che vogliono far credere che siano stati loro, siccità, innalzamento delle temperature, Greta sì, Greta no, fiumi che si stanno prosciugando, razionamento dell’acqua, tanto non ho il giardino e compro l’acqua nelle bottiglie, mascherine sì, mascherine no, armi sì, armi no, gas sì, gas no, Putin, Zelensky, Biden, Draghi, Di Maio… Di Maio? Sì, c’è anche lui, non preoccupiamoci troppo però, Salvini che vince sempre anche quando perde, la Meloni che urla come una posseduta, madri che uccidono i figli, uomini che uccidono le donne, pazzi furiosi che collezionano armi anche dentro la vasca da bagno, sul tetto di casa, sul bordo della piscina e poi le usano per gioco sparando contro i bambini nelle scuole, Johnny Depp che vince la causa contro Amber Heard, chi è? La sua ex che adesso però dice di amarlo ancora… c’è persino chi s’imbufalisce per i fuochi d’artificio che ci saranno la notte di San Giovanni, patrono di Torino, e sono gli stessi che hanno criticato lo spettacolo con i droni dei due anni precedenti e che spendono centinaia di euro per i ‘botti’ quando festeggiano Capodanno e Ferragosto, e poi ancora Gay Pride sì, Gay Pride no, DDL Zan no assolutamente (ma perché, mi domando?!), rapporti prematrimoniali no, sì, no! Lo ha detto il Papa! Il Papa ha detto niente sesso prima del matrimonio? Eh sì! E perché? Mah… e come la mettiamo, invece, con i sacri abusi? Basta. Silenzio! Non voglio più sentire nulla. Prendo sul mio comodino da notte L’arte di tacere. L’abate Dinouart pubblicò L’art de se taire nel 1771. L’imperativo del silenzio. Silenzio sonoro, ma anche del corpo. L’abitudine di divulgare tutto quello che viene fatto, voler creare il sensazionalismo a tutti i costi, con immagini e parole, ha creato un’esondazione di informazioni, corrette o non corrette, tanto che è davvero difficile distinguere quale sia la verità, ma soprattutto quale sia la realtà. Quante parole non avrei voluto sentire, eppure mi tornano alla mente malgrado cerchi di scordarle, parole che parevano promesse, altre che sono scappate per rabbia, gelosia, avidità, ripicca, dolore. Silenzio. Sto pensando a quale sia la sua forza, la capacità di evocare persone pur nell’assenza, di vivere e rivivere attimi sospesi che erano già in odore di eternità, nei quali anche soltanto una parola sarebbe stata di troppo. E’ l’alba. Le zanzare, sazie, dormono nascoste in qualche angolo della mia camera da letto, il sole lambisce il cuscino. E’ ora di alzarsi, c’è un mondo là fuori che ha ancora voglia di urlare che esiste, ma io non ho più voglia di ascoltarlo.

Apprenez, petites ouvrages, a mourir sans murmurer…

Al Gran Balon

Ieri era una giornata caldissima al Gran Balon di Torino. Il sole era così cocente che le candele nelle bugie, posizionate in bella mostra, si ripiegavano su se stesse in falsi inchini per visitatori distratti. Sono particolarmente legata a questo posto, i ricordi dell’infanzia si mischiano con quel mio assurdo ostinarmi a non voler lasciare andare le cose e neppure le persone. Le tengo sempre dentro di me, in qualche angolo nascosto, al riparo da qualsiasi improvviso istinto di pulizia, di sradicazione, di annientamento che in fondo, poi, sarebbe soltanto un atto dovuto per salvaguardare la mia stessa sopravvivenza. Passeggiavo tra i banchi con un senso di malinconia profonda, niente a che vedere con la gioia curiosa con la quale, da bambina, mano nella mano di mio zio, andavo a caccia di qualche rarità, oggetti preziosi non riconosciuti tali da chi li possedeva, diversamente non se ne sarebbero mai sbarazzati sostituendoli con altri più utili, forse, ma di nessun valore. Che cosa infine ci differenzia dagli oggetti? Ho pensato mentre aprivo una lucidissima scatoletta in acciaio porta siringhe, perfetta, con all’interno tanto di ago, siringa in vetro e batuffolo di cotone… insomma, pronta per l’uso! Così ho iniziato ad immaginare che su quei banchi assolati ci fossero persone in carne ed ossa. Sedute, in piedi, sdraiate, appoggiate l’una all’altra, una sull’altra, accarezzate, scelte per pochi attimi e poi rimesse al proprio posto o un po’ più in là, con attenzione o noncuranza, con noia od interesse vero, persone che valgono tanto e nessuno se le può permettere, persone di rara fattura scambiate per altre dozzinali, fatte in serie, persone un po’ acciaccate dai segni del tempo, troppi? – Eh caro signore, se cerca un pezzo d’antiquarito o semplicemente vintage, come si usa dire oggi, non può pretendere che sia come nuovo! Persone che vengono analizzate con il microscopio, cercando a tutti i costi la falla, il neo, il difetto di fabbricazione, perché c’è, ci deve essere, perdio! Non possono essere perfette, sennò come si fa a lasciarle lì, sul banco… forse soltanto perché non ce le possiamo permettere? Persone che si toccano vicendevolmente, sgomitano per farsi avanti, per mettersi in mostra mentre gli occhi del potenziale acquirente cercano l’affare, quell’essere meraviglioso che qualcuno ha messo da parte perché ne ha trovato un altro più nuovo e lo sanno tutti che le novità piacciono, ma è ancora in buono stato e può sempre ‘servire’, nelle notti d’inverno ad esempio, come quello scaldaletto arrugginito, ma ancora funzionante che una signora ha acquistato per 10 € elogiandone romanticamente tutte le qualità. E poi persone diventate inavvicinabili a causa del sole cocente che ha reso roventi i loro cuori: “Non toccarmi o ti brucerai!”, urla una. “Prendimi in mano se hai il coraggio, ti faccio vedere io di che cosa sono capace!”, sibila l’altra, mentre un dito la sfiora appena e subito si ritrae. Persone che fanno i pagliacci, ma hanno le lacrime in tasca, altre che si spacciano per quello che non sono, quelle pronte a ferirti come l’ago dorato nella scatoletta porta siringhe, quelle che sono ancora in cerca di se stesse e non sanno se definirsi pezzi da museo o di modernariato… l’offerta è talmente vasta che non si sa davvero chi scegliere o da chi essere scelti. Mentre esamino il mio campionario immaginario che pare non finire mai, arrivano due donne, madre e figlia. Si fermano a guardare i monili disposti con garbo sul banco della mia amica R. alla quale tengo compagnia per qualche ora. Sfiorano con le dita leggere gli orecchini, le spille, ma la mamma viene catturata da una bellissima collana in cristallo che i raggi del sole fanno luccicare come fossero diamanti. – Questa quanto costa? – domanda. – 15 €, è davvero molto bella! – risponde gentilmente R. Le due donne si guardano, la ragazza cerca di insistere, ma il prezzo, secondo la madre, è elevato: – E’ troppo cara, il sole la valorizza molto, ma non me la posso permettere! – Salutano e si allontanano un po’ dispiaciute. Dopo pochi attimi, la ragazza torna correndo: – Non mi può fare un po’ di sconto? Per piacere, domani è Sant’Antonio, l’onomastico di mia mamma, si chiama Antonia, e vorrei regalarle proprio questa collana… non vuole mai che spenda soldi per lei, ma le piace così tanto! – dice tutto d’un fiato, voltandosi a guardare se per caso la madre la stesse cercando, mentre apre il portafoglio e cerca le monete. – Possiamo farle 14 €, costava 20… – rispondo io. – Va bene! – La ragazza conclude l’acquisto nascondendo la collana nel suo zainetto e scappa di corsa. Ecco, questo è il prezzo dell’Amore! Questo il valore di una persona. Non ci sono parole da aggiungere ad un gesto così carico di significato che si spiega da sé. Non so se questa ragazza leggerà mai questo mio breve racconto, ma se dovesse farlo, riconoscere la collana che ha acquistato, le chiedo di scrivermi, vorrei farle un regalo perché con la sua giovane età è riuscita ad impartire una lezione di vita a tutte quelle persone che ho immaginato di vedere esposte sui banchi del Gran Balon, domenica 12 giugno 2022.

Questa è la collana

Que reste-t-il…

In questi ultimi mesi sono stata discontinua nell'aggiornare il mio blog, non posso dire che me ne sia mancato il tempo o il desiderio, piuttosto l'energia, quella spinta interiore che muove a gettare nella rete i propri pensieri, i moti dell'anima. Non riesco più ad identificare il mio lettore, a 'sentirlo'.
Oggi, 2 novembre, non è cambiato nulla, ma mi sono svegliata con un pensiero: questa la devo proprio scrivere! 
E' il giorno deputato alla commemorazione dei defunti, quale occasione migliore per raccontare un fatto che mi è accaduto questa primavera e che vede, come protagoniste, mia madre e mia nonna, passate a miglior vita molti anni fa? 
Ma cominciamo dal principio... 
Sto lavorando ad un progetto molto ambizioso ed impegnativo che prevede la catalogazione di quadri, disegni, sculture, corrispondenza nella residenza del pittore Sergio Minero, scomparso nel 2015. La casa, denominata 'Isola sconosciuta', si trova sulle colline torinesi il che comporta ogni volta un breve viaggio, poco meno di un'ora, per raggiungerla ed altrettanto per il rientro. 
Un giorno di marzo, quando siamo passati da zona rossa a zona gialla e gli spostamenti erano consentiti, mentre stavo tornando, ho visto l'indicazione stradale per il cimitero dove è sepolta mia nonna. E' piccolo, situato in cima ad un cucuzzolo, in primavera è un posto incantevole, circondato da alberi in fiore, cespugli di forsizie e biancospini, un tripudio di colori. Eppure la mia povera nonna, quando ci siamo trasferiti da Torino a Castiglione Torinese, la prima cosa che ha detto, nel vano tentativo di ostacolare la decisione, ormai irremovibile, di mia madre, è stata: "Non voglio morire a Castiglione, io! Poi non verrà più nessuno a trovarmi..." Cara nonna Bianca, io sono venuta a trovarti, sempre... ad eccezione dell'anno 2020 quando, a causa del COVID, non era possibile viaggiare da un Comune all'altro e recarsi nei cimiteri già troppo affollati di nuovi ospiti, rimasti spesso in coda per giorni, in attesa di sepoltura. 
Insomma, quel giorno, mentre ero di ritorno dall'Isola Sconosciuta, all'improvviso ho deciso di svoltare a sinistra e mi sono diretta al camposanto. Il cielo era azzurro intenso e c'era il vento. Nell'imboccare il vialetto che conduce al piccolo campo dove era sepolta la nonna mi sono resa conto che stavano facendo dei lavori ed in quell'istante ho percepito una strana sensazione che si è confermata quando, al posto delle lapidi che ormai conoscevo a memoria non c'era che una distesa di ghiaia. Mi sono guardata intorno spaesata, ho cercato se ci fosse qualcuno al quale chiedere spiegazioni, ma nulla, deserto. 
"Nonna? Dove sei finita? Ti pare il momento di fare scherzi..."
Ho allungato il passo per uscire dal cimitero, mi tremavano le gambe, sono salita in auto ed ho chiamato immediatamente il Comune. "Buongiorno, mi scusi, mi trovo al cimitero di Castiglione... mia nonna non c'è più!", ho detto tutto d'un fiato. Devo essere sembrata alquanto strana alla gentilissima impiegata che, poco alla volta, è riuscita a dipanare il groviglio. 
Non essendo più potuta andare al cimitero, non avevo letto l'avviso che era stato affisso sulla tomba, con i termini dell'esumazione e non avendo trovato un recapito telefonico di riferimento, hanno proceduto a rimuovere i resti. 
"Ma... e quindi, adesso, mia nonna dov'è?" 
"Non si preoccupi, i resti sono stati raccolti e tenuti 'in ostaggio' per 6 mesi, in attesa che qualcuno li venisse a reclamare. Come lei, molte altre persone non hanno potuto presenziare all'operazione." 
L'esumazione... pratica orrenda con la quale viene estratta la bara, o quel che ne resta, e, dopo aver controllato lo stato di decomposizione del corpo, o quel che ne resta, si procede ad una nuova sepoltura o alla cremazione. Il caso vuole che proprio in quei giorni dovesse avvenire l'esumazione della mia mamma. Insomma, per farla breve, sono riuscita a concordare con i due cimiteri di poter tumulare mamma e nonna nello stesso luogo, a Torino. 
La data dell'esumazione della mamma era già stabilita per la settimana successiva. La nonna poteva aspettare ancora qualche giorno in questa specie di purgatorio improvvisato. Non ho voluto guardare i resti della mia povera mamma, ho lasciato che la verifica la facessero gli addetti, mi sono voltata nell'attimo in cui ho visto la ruspa disseppellire assi di legno, tessuti, credo fosse il rivestimento interno della bara, mi è parso di vedere un brandello di una stoffa che conoscevo. Quella giacca ti piaceva tanto... 
Il piccolo dinosauro dissotterrava tutto quello che trovava, l'odore era nauseabondo, per fortuna avevo la mascherina ben incollata al naso. 
"Dobbiamo procedere alla cremazione, il corpo non è decomposto." 
"Ma come, dopo 10 anni?" 
"Con tutti i conservanti e gli antibiotici che ingurgitiamo in vita, il corpo non si decompone più, neppure dopo 30 anni..." "Ussignur... ma è terribile!" 
"Eh sì, pensi per noi..." 
Per giorni mi sono portata addosso quella puzza di morto che non vuole dissolversi, l'immagine della pala meccanica che scavava e buttava per aria tutto quello che trovava. 
Beh... insomma... e la nonna? Ora si trattava di far ricongiungere mamma e figlia. 
"Lo dovete fare voi." 
"Cioè? Che cosa significa?" 
"Trattandosi di un cimitero posto in un altro Comune, dovete procedere voi a portare i resti della nonna il giorno in cui tumuliamo la mamma." 
"Mah... e come la porto?" 
"In macchina!" 
Non fosse che l'ho vissuta io personalmente, penserei che potrebbe essere la sceneggiatura di un film di Louis de Funès. 
"E dove la metto?" 
"In una cassetta, delle dimensioni che le scrivo qui, sennò tutte e due non ci stanno..." 
"Già... sennò serve un bilocale", rispondo in questa situazione così grottesca ed incredibile. 
Trovata la cassetta di zinco, con non poca difficoltà, alle ore 8,30 del mattino mi reco al cimitero di Castiglione. L'addetto, dopo aver controllato che i documenti fossero in regola, mi dice di aspettarlo vicino alla macchina. Lo vedo scendere una scala che porta ad un locale sotterraneo e risalire con un sacco di plastica trasparente, simile a quelli che l'AMIAT fornisce per la raccolta differenziata della plastica. Da lontano non riesco a capire bene che cosa ci sia all'interno, ma subito allontano ogni dubbio. La mia povera nonna era poco più dei resti di una grigliata di carne, una di quelle che si fanno sul barbecue nuovo nel giardino della casa in montagna. Il colore scuro, un mucchietto di costolette bruciacchiate ed abbandonate qua e là sui piatti di carta. L'addetto svuota, letteralmente, il contenuto del sacco nella cassetta, lo aggiusta un po' con le mani, poi chiude il contenitore con un sigillo ed un filo di ferro e lo mette nel bagagliaio dell'auto. 
"Tutto qui?", sussurro. 
"Eh sì, dopo 30 anni... tutto qui. Buon rientro!" 
Ho parlato a mia nonna, durante tutto il viaggio di ritorno, ricordando aneddoti e rassicurandola sul fatto che d'ora in poi avrebbe riposato accanto a mia mamma, a Torino, dove avrebbe voluto sin dal principio. Anzi dalla fine. 
Ecco, che cosa siamo in fondo? I resti di una grigliata, poco più, poco meno, una manciata di cenere. 
Rimangono le parole dette, i gesti compiuti, gli abbracci dati o negati, i baci della buona notte, il profumo del caffé alle 5,30 del mattino, perché quell'abitudine di svegliarti all'alba, come quando vivevi in Africa, non l'hai mai perduta.
Que reste-t-il?
Ho cancellato i nomi per la loro… privacy 🙂

I miei panni

Sono scesa al fiume dei ricordi con la mia cesta di panni sporchi da lavare. I tronchi degli alberi sono mozzi come le nostre parole, spezzate in mille coriandoli lanciati qua e là, a spizzichi e bocconi. Non c’è pace su quella panchina. Le tremano le mani, senza sosta. Anche la testa ha un leggero dondolìo. Solo il suo sguardo è fisso sull’acqua che scorre, lenta. La badante, di non so bene quale nazionalità, le aggiusta il foulard intorno al collo e poi inizia a scorrere con le dita il display del cellulare, ogni tanto abbozza un sorriso. “Adesso andiamo a casa, su, alzati…” le dice ad un tratto, ma lei è lontana, chissà dove e non riconosce quella voce, ma neppure il volto di suo figlio, gli occhi del nipote, celesti come quelli del marito che il Covid, quest’inverno, s’è portato via. Corrono con la bici non appena vedono liberarsi la panchina. Sono due signori vestiti da ciclisti, con quei colori sgargianti che dovrebbero renderli ben visibili agli automobilisti nevrastenici che, se potessero, li butterebbero a sportellate fuori strada. Non sono giovanissimi, ma hanno il fisico asciutto, la pelle ancora abbronzata dal sole dell’estate che se ne sta andando. Sono un po’ accaldati, una breve sosta, una rapida bevuta alla borraccia e via di nuovo a pedalare. E poi arriva una coppia, si capisce subito che sono amanti… nel senso che si amano. L’amore è così sfacciato che non lo si può nascondere dentro un bacio rubato, l’amore quando è grande mette sempre paura. Sono seduti l’uno accanto all’altra, lui cerca di prenderle le mani tra le sue, ma lei si ritrae, teme di essere vista e lo supplica con gli occhi di non metterla in imbarazzo mentre, al tempo stesso, vorrebbe che in quell’istante potesse scomparire tutto ciò che li circonda e che la panchina diventasse la chiglia di una barca a vela, la spina dorsale di un animale marino al quale aggrapparsi per non doversi lasciare mai più. E’ ora di rientrare, guardo ancora una volta il fiume, le sue sponde sulle quali giacciono detriti e rifiuti… un paio di babbucce rosa sono buttate là, tra una bottiglia di plastica ed un sacchetto vuoto di patatine. Qualcuno deve averle perdute, per sempre. M’incammino con passo lento, lascio indietro il mio corpo, che venga quando vorrà, anche mai.